A cura di Maurizio Coccia e Mara Predicatori
Opening: sabato 28 marzo 2026, ore 18.30
Periodo: 28 marzo – 7 giugno 2026
Orari di apertura: venerdì–domenica, 15.30–18.30
Sede: Palazzo Lucarini Contemporary, Trevi
Palazzo Lucarini Contemporary presenta Non conservare la cenere, mostra personale di Romano Bertuzzi, artista che da anni conduce una ricerca radicale e appartata sugli elementi fondanti del mondo naturale e sul retaggio arcaico della cultura materiale. Il titolo della mostra, infatti, si richiama a un detto della tradizione agricola piacentina, e suggerisce un’attitudine precisa: non trattenere ciò che è ormai spento, non cristallizzare il passato in forma sterile, ma custodire piuttosto la possibilità viva del fuoco. In questa prospettiva, il lavoro di Bertuzzi non è mai nostalgico, ma attivo e trasformativo: un esercizio continuo di attenzione che rinnova il rapporto con il reale.
La mostra raccoglie opere dall’inizio degli anni Duemila a oggi, con una particolare attenzione a una serie recentissima di disegni a matita su carta di grande formato. In questi lavori, attraverso una pratica sapiente e lenta, ascetica e meditativa, l’artista restituisce la densità e la concretezza della materia e del tempo, facendo emergere la complessità di ciò che solitamente resta ai margini dello sguardo.
Carbone, sassaie, pietre, legni, frammenti naturali diventano soggetti di un’indagine che si spinge oltre la rappresentazione, per farsi esperienza. Il segno si addensa, si ripete, si misura con la resistenza del supporto e della materia, costruendo immagini che non descrivono ma trattengono, che non illustrano ma restituiscono una presenza.
Accanto a questa dimensione, affiora un altro elemento centrale della ricerca: il legame con la cultura contadina e con forme di socialità oggi rarefatte. In mostra, una installazione che rievoca l’atmosfera delle osterie tradizionali riporta al centro pratiche condivise come il gioco delle carte, la musica, il cibo, il ballo. Non come semplice citazione, ma come dispositivo operante, capace di riattivare un’idea di comunità ormai scomparsa.
A dispetto di uno stile apparentemente classico, il lavoro di Bertuzzi si configura come profondamente antagonista rispetto alla società del consumo rapido e della valorizzazione monetaria. La sua pratica si fonda su tempi lunghi, su un fare non produttivistico, su una relazione diretta e non mediata con il mondo. Un corpo-a-corpo con i cicli stagionali e la cruda lealtà della catena alimentare.
In questo senso, la mostra si lega in modo organico alla ricerca portata avanti da Palazzo Lucarini Contemporary, da sempre attento a pratiche artistiche capaci di interrogare criticamente il presente e di proporre modelli alternativi. Un riferimento esplicito attraversa il percorso espositivo: la figura dell’“uomo selvatico”, che Bertuzzi interpretò in una performance realizzata nell’ambito di un progetto di Harald Szeemann, tra i più influenti curatori del secondo Novecento. In mostra è presente anche un disegno che allude a quell’esperienza, restituendone la dimensione simbolica e processuale. In questo caso, la sapienza tecnica dell’artista si intreccia a una dimensione performativa e identitaria, evocando una condizione originaria in cui gesto, natura e cultura non sono ancora separati.


